dal 12.03.2023 al 09.04.2023
AquAstyle
Patrizio Cipollini e l’etica della solitudine
Un groviglio sconfinato di tonalità, chiaroscuri e linee di forza avvolge in modo vistoso la biosfera: accorgersene è istinto di tutti gli umani, mettervi ordine e renderne conto è scelta razionale solo di alcuni di essi. Gli artisti, evidentemente. E i fotografi in special modo.
Essere fotografi, si sa, è cosa diversa dal fare fotografie, e non è necessario stare qui a ribadirne i perché. Ciò che invece rileva ora precisare è che tra quegli alcuni – gli umani che sono artisti e quelli che poi, specialmente, sono fotografi – c’è Patrizio Cipollini.
Le sue immagini sono frutto di un metodo che mi piace definire voyeurismo impulsivo. Non significa che il pensiero non preceda l’azione: significa che la precede di pochissimo. Quel tanto che basta, appunto, a mettere ordine nel groviglio.
Cipollini infatti non programma ma osserva; porta con sé la fotocamera, e quando coglie spiragli di magia nel flusso luce-spazio-tempo agisce: inquadra e scatta. La fotocamera che usa si chiama Polaroid; la magia che cerca può avere vari nomi, ma il più appropriato è solitudine.
Perché le scene che crea disegnano sì plastici riassestamenti della realtà visibile, ma lo fanno per offrire quinte ideali a favore del concetto che in ciascuna foto recita da protagonista: alla fine di ogni cosa – comunque sia andata – si resta sempre soli.
Non ce lo grida con la presunzione di chi si eleva a maestro di vita, ce lo sussurra col tiepido affetto dell’amico che dà per scontato che lo sappiamo già. Ce lo ricorda con una donna affacciata sul mare, con una ragazza seduta su un muretto, con l’anonimo passante che attraversa una piazza.
“Ma anche con la gente su una spiaggia ce lo dici? Anche con la folla alla stazione o in un mercato?” ci verrebbe da chiedergli. “Anche, sì”, sarebbe la sua risposta. Perfino con una coppia a spasso nella nebbia, può dircelo, perché la questione non è essere fisicamente isolati, ma sentircisi nell’animo.
Che poi non è neanche sempre una cosa triste, rimanere soli. Dipende da come ci arrivi: da come sei stato fino a prima, e da quanto tempo è passato dall’ultima volta che c’eri rimasto davvero. Anche questo riescono a dirci le Polaroid di Patrizio. Perché tutti proviamo emozioni, ma gli artisti osano esprimerle. Quel tanto che basta.
Carlo Gallerati