Gazometro, finestra fotocamera. Scatti e modelli di Evelina De’ Stefani

dal 10.05.2025 al 16.05.2025

Galleria Embrice

  • Autore/Autrice: Evelina De’ Stefani
  • Curatore/Curatrice: Mario Pisani, Daniela Forlani
  • Data Inizio: 10.05.2025
  • Data Fine: 16.05.2025
  • Dove: Galleria Embrice
  • Indirizzo: Via Delle Sette Chiese, 78
  • Orari: lunedì - sabato 18-20
  • Ingresso: libero
  • Tel. / Mob.: 0664521396
  • E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Descrizione Evento:

     

    Il Gazometro (o Gasometro) una delle emergenze monumentali lasciate alla città di Roma dalla modernizzazione fascista. Una delle tante che la Città repubblicana e democristiana hanno utilizzato e integrato fra il Giubileo del 1950 e le Olimpiadi del 1960: stazioni ferroviarie, uffici postali, scuole; grandi edifici incompiuti, come quelli dell’E42, poi Eur, o quello che sarebbe dovuto diventare il Palazzo Littorio, sede centrale del potere, progetto di Enrico del Debbio e Vittorio Ballio Morpurgo, divenuto il nostro Ministero degli Esteri.

    Spicca fra tutti l’area sportiva del Foro Mussolini, con le sue eccellenze: il Viale dell’Impero e la Casa della Scherma.

    Fra tutte, il gasometro è l’unico non connotato stilisticamente; dal 1937 continua a servire la città con i suoi 200.000 meri cubi di gas illuminante da carbone, andando lentamente in declino per l’arrivo del metano a partire proprio dalla fine degli anni Cinquanta; quando in vista delle Olimpiadi compare il nuovo sistema monumentale che completa il disegno monumentale fascista in punti chiave della città, spesso integrandolo, come nel caso dell’Eur con il Palazzo dello Sport o del Foro già Mussolini con il nuovo stadio. Il gasometro, al quale arte, letteratura e cinema hanno dedicato da subito una grande attenzione, e sul quale sarebbe prova disperata osare altre parole, lentamente, nella sua dismissione funzionale, ha finito per essere, nel panorama urbano, l’indicatore di uno spazio vuoto della città che, per la sua trasparenza e la sua unità dialoga con cielo. Di questo dialogo ci parla dalla finestra di casa e dal suo laboratorio Evelina De’ Stefani.

     

    Evelina e il Gasometro

    Testo di Mario Pisani

    “Le immagini fotografate non sembrano rendiconti del mondo, ma pezzi di esso, miniature di realtà che chiunque può produrre o acquisire.” Susan Sontang, On Photography, 1973

    “Ogni quadro che rappresenta un paesaggio in prospettiva e ogni fotografia ci insegnano a vedere il tempo attraversare lo spazio”. Yi Fu Tuan, Space and Place. The Perspective of Experience, 1977

     

    Le foto messe in mostra alla Galleria Embrice sono state realizzate da Evelina de’ Stefani negli ultimi anni, a partire dai mesi bui della pandemia di Covid 19, segnati dalle restrizioni e dall’impossibilità di uscire dalla propria abitazione. In quei giorni, marcati dal dolore e dai lutti, l’autrice mette in atto ciò che Walter Benjamin definisce un rito di passaggio. Supera la soglia della porta del balcone e osserva il mondo che si apre ai suoi occhi.

    Tra le numerose presenze che si stagliano al suo sguardo, ne coglie una in particolare che ferma la vista e suscita interesse: il gasometro, uno scheletro in acciaio di forma cilindrica affiancato da altri tre di cui due inutilizzati e uno trasformato in parcheggio. Si innalza nei pressi della via Ostiense, dove il Tevere disegna una lunga ansa e fin dall’epoca dei Cesari rappresentava un attracco per le chiatte che portavano merci e materiali all’Urbe. Noto ai romani; eppure, una figura sostanzialmente estranea alla città, che solo nel vicino ponte di ferro impiega lo stesso materiale. Non esistono infatti tracce consistenti della sua esistenza e del ruolo che svolge in letteratura o in arte, se non fosse per le rare apparizioni in alcuni film. Rappresenta però l’elemento cardine nell’area di quella che un tempo era l’Officina San Paolo all’Ostiense, l’insediamento produttivo che risale all’epoca di Ernesto Nathan. Ideato ai primi del ‘900 con la giunta che inizia lo sviluppo industriale del Testaccio con il Mattatoio, viene finalmente completato nel 1937 e divenne il più grande d’Italia e d’Europa, alto 90 metri con un diametro di 60 può accogliere 200mila metri cubi di gas per la produzione e lo stoccaggio del gas, luogo simbolo dell’archeologia industriale oggi si parla della sua rigenerazione insieme ai Magazzini Generali, già in atto nella Centrale Termoelettrica Montemartini, negli impianti Mira Lanza e nei Molini Biondi.

    Le foto di Evelina ci parlano del variare delle ore e delle stagioni e ci mostrano un’immagine ignota di questa parte della città che attesta con i suoi colori un fascino struggente e rimosso nella sostanza. Claudio Magris ha avuto modo di scrivere: “Sono convinto che in quel che si è dimenticato si depositi sempre qualcosa che ci è sfuggito, forse mai riconosciuto, ma che c’è. È un seme che non si è trasformato, che è rimasto come una fotografia ingiallita. La mia è un po’ una lotta contro la morte, Roma Via delle Sette Chiese 78, Metro B Garbatella contro l’oblio, contro questa cancellazione. Sento fortemente tutto questo, con la malinconia, con il senso di vanità che è proprio del pensiero”. Si avverte nelle sue parole la sensazione che, anche in queste foto che hanno la capacità di prenderci e condurci altrove, è possibile avvertire una “lotta contro la morte, contro l’oblio, contro questa cancellazione” che porta le stigmate del nostro tempo.

    Mario Pisani

     

    Secondo la definizione del geografo Yi Fu Tuan, il paesaggio è invece proprio l’irruzione del tempo nello spazio «Ogni quadro che rappresenta un paesaggio in prospettiva e ogni fotografia ci insegnano a vedere il tempo attraversare lo spazio».

    Da: Yi Fu Tuan, Space and Place. The Perspective of Experience, London, Arnold, 1977.

     

    «Per me, le fotografie di paesaggi (urbani o agresti che siano) devono essere abitabili, e non visitabili. Se lo osservo bene in me stesso, questo desiderio di abitazione non è né onirico (io non sogno un sito stravagante) né empirico (io non cerco di comprare una casa lasciandomi convincere dal manifesto pubblicitario di un’agenzia immobiliare); il mio desiderio è fantasmatico, esso nasce da una sorta di veggenza che sembra portarmi avanti verso un tempo utopico, o riportarmi indietro, non so verso quale regione di me stesso: duplice movimento che Baudelaire ha cantato nell’Invention au voyage e nella Vie antèriore. Dinnanzi a questi paesaggi prediletti, è come se io fossi sicuro di esserci stato o di doverci andare.»

    Da: Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1980