dall'01.07.2021 al 31.07.2021
Mons Art Stage
Slow Love è un progetto artistico completamente unico, la cui poetica ruota attorno ad un semplice oggetto incontrato per le strade della capitale: uno spartitraffico. Un elemento urbano comune, che passa inosservato sotto gli occhi di centinaia di persone ogni giorno. Occhi ai quali inconsapevolmente sfuggono i diversi messaggi che vi si celano all’interno come dei “resti vitali”.
Questi lasciti si trovano in mezzo a noi ed entrano silenziosamente nel tessuto cittadino, inserendosi nella nostra quotidianità. Ed è nel momento in cui questi oggetti “sbiaditi” vengono notati dalla collettività che si trasformano in emblemi. Lo spartitraffico diventa, in questo caso, la pietra miliare sulla quale è incisa una lettera d’amore dedicata ad una ragazza chiamata Emanuela.
Questo testo è il punto di partenza per la ricerca di ogni artista, il quale ha sviluppato il progetto personale all’interno di un dialogo tra opere differenti ma nate dallo stesso seme. Le tematiche qui evocate sono diverse: un gesto d’amore lento ed anacronistico, la necessità di comunicare al di sopra di tutto, l’uomo che rende l’oggetto simbolo e monumento personale. In un mondo frenetico dove i rapporti vengono consumati velocemente, l’amore che ne deriva, non è altro che un concetto fluido e inafferrabile, come lo descriverebbe Zygmunt Bauman. Slow Love vuole quindi soffermarsi sulla qualità umana di un messaggio trasmesso attraverso un oggetto, che per sua natura, non possiede la caratteristica principale della comunicazione per come la conosciamo noi oggi: la conferma dell’avvenuta ricezione di un messaggio.
La galleria Mons Art Stage, situata nel centro di Roma, crea il contesto ideale per evidenziare il contrasto tra l’atto comunicativo che rende un oggetto unico e
monumentale, rispetto alla sua natura effimera come elemento urbanistico di uso comune.
Nel percorso espositivo si alterneranno cinque artisti emergenti, ognuno dei quali, con tecniche e stili differenti.
Giulia Barone (Roma,1994)
Ricerca. È la parola chiave che ruota intorno al lavoro artistico fotografico di Giulia Barone.
Fin dai primi anni accademici, ha avuto chiaro che l’autorappresentazione fosse il solo modo possibile per affermare la sua esistenza. Fugace, veloce, bloccata per sempre in un attimo con il mezzo che per eccellenza inganna il tempo promuovendo la verità.
Movimento, corpo, luce, spazio. Ogni fotografia prodotta parte da un’analisi personale e interiore che si concretizza in un progetto. Si occupa di fotografia digitale e analogica prediligendo l’uso dell’analogico data la predisposizione e passione per la stampa in camera oscura, che ha avuto modo di apprendere durante un periodo di studio in Portogallo ma soprattutto grazie alle collaborazioni con Luciano Corvaglia.
Davide Martella (Roma, 1995)
Inizia il suo percorso creativo come fotografo, ma esplora nuovi medium come il video e la performance nei suoi anni formativi a Londra.
L'introspezione e l'analisi autobiografica sono il suo punto di partenza per la ricerca. Si impegna nella decostruzione di usi e costumi occidentali e più nello specifico di identità queer. È molto influenzato anche dalla fotografia di moda e commerciale.
Teppa Elle (Livia Giuliani, Roma, 1995)
Sin dall’inizio rivolge il suo interesse artistico nei confronti della natura umana, ricercandola e analizzandola in tutti i suoi aspetti, specialmente quelli negativi.
Ciò che la attrae è trovare la “meraviglia” negli atteggiamenti comuni e grotteschi che caratterizzano ognuno di noi. Dopo essersi dedicata per anni alla pittura decide di avvicinarsi al mondo del collage, raccontandosi attraverso il libro d’artista e la digital art. Dissezionando fotografie e raccogliendone i pezzi, costruisce una nuova realtà composta da nuovi volti, diversi ma allo stesso tempo uguali ad altri, atmosfere cariche di simboli in grado di racchiudere in una pagina una storia. I volti e i corpi possono essere guardati sotto un'infinità di punti di vista. I suoi personaggi e i paesaggi quasi apocalittici trasmettono una opprimente sensazione di inquietudine, ma nello stesso tempo sollievo e tenerezza nei confronti di chi viene rappresentato come se fosse vicino ad un'ulteriore trasformazione.
TeraToma (Lorenzo Campitelli, Roma, 1993)
Come le anime sepolte nel cimitero di Spoon River, anche i soggetti rappresentati da TeraToma fanno parte di un’ipotetica antologia per immagini; sono ritratti grotteschi, caratterizzati da anatomie deformate; figure umane scomposte e ricostruite attraverso la tecnica del collage - sia analogico che digitale - con interventi di pastelli a olio.
Con questo approccio l’artista intende avvicinarsi il più possibile al processo del ricordo, ovvero: utilizzare elementi sparsi, ritagli pre-esistenti e geometrie vaghe al fine di generare un'immagine precisa.
Jacopo Truffa (Roma, 1987)
Comincia il suo percorso artistico studiando scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma, operando parallelamente come assistente dello scultore Alfiero Nena e come scenografo. Il suo lavoro, che spazia dalla scultura al video making, trova la sua realizzazione più completa nell’epoca della digitalizzazione, con la stampa 3D.
Dall’incontro con la digital art, le opere di Jacopo Truffa, si trasformano in oggetti “ripetibili e democratici”, data la loro serialità, ma unici nel loro processo produttivo. Le opere, infatti, giocano su elementi della quotidianità, inclusi nel mondo dei social e della comunicazione, sfruttando simboli ed elementi di un immaginario tra il ludico e la critica sociale.